Quella cara, fragile terracotta rossa

Quella cara, fragile terracotta rossa

Quella cara, fragile terracotta rossa

“Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo.”

Così affermava Marinetti nel suo Manifesto Futurista, apparso su “Le Figarò” il 20 febbraio 1909.

Già, 1909. Un 1909 stanco dell’immobilismo politico, della quiete, del liberalismo. Stanco di una classe dirigente inetta, a sentire Marinetti, e incapace di guardare al futuro. Un 1909 retrivo, ecco tutto. Un passatismo inaccettabile nell’era degli aeroplani, della velocità, dell’uomo-macchina. Un passatismo intollerabile nell’epoca dei primi “Automobili”, al maschile, sì, come era prima che D’Annunzio decretasse il contrario.

Ma poi passano uno, due, sei anni: 1915.

1915 e i futuristi vanno in guerra; 1915 e lo scenario cambia: all’immobilismo si sostituisce l’amara atrocità della guerra. Corpi straziati, tragedia, morte.

Tre, infiniti anni d’orrore. Nel 1918, quando gli scontri sembrano ormai al termine e i superstiti tornano a casa, l’Italia è un paese distrutto. Marinetti ha visto sparire tanti compagni, tanti amici. Mangiati dalle macchine, spazzati via dai carri armati.

La velocità, il superomismo, “il vibrante fervore notturno degli arsenali”[1], che sapore hanno adesso?

A. Martini, L’aviatore, 1931-32

Lentamente le brillanti avanguardie che avevano popolato il panorama europeo prima del conflitto, scemano in favore di movimenti radicalmente diversi. Gli orrori della guerra costringono gli artisti a una rivalutazione fondamentale del proprio ruolo. Ecco allora un ritorno alla realtà, alla morale, alla coscienza per il valore della vita che solo una profonda tragedia è riuscita a risvegliare. La lotta ha raso al suolo tutto: uomini, case, confini, certezze.

È ora tempo di ricostruire.

Si vedono risorgere, come fenici dalle proprie ceneri, i miti e le leggende della tradizione. L’integrità e la semplicità delle forme modellata sul lavoro dei grandi maestri fiorntini. Giotto, Michelangelo, Leonardo. E ancora l’innocenza del primitivo, quel sentimento autentico ed elementare delle cose.

Non si tratta di passatismo neoclassico e nostalgico, è pura voglia di rivincita. Gli artisti muovono tra i campi bruciati e i tetti in rovina i primi, tremanti passi. Il “ritorno all’ordine”, rassicurante, abbraccia tutti: Modigliani, Brancusi, perfino Picasso. E così De Chirico con la sua inquietante pittura metafisica, così un Carrà finalmente maturo, così Arturo Martini. Perché anche la scultura sente il bisogno di una sintesi in “forme prime” solide e compatte, del ritmo lento di un cerimoniale antico.

Il bisogno del passaggio – ritorno o evoluzione? – dal freddo, pericoloso acciaio alla fragile, viva terracotta.

Federica Musto


[1] Marinetti, Manifesto del Futurismo, 1909

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