Immagini invisibili e shock

Immagini invisibili e shock

“Viviamo all’epoca dell’immaginazione lacerata. L’informazione ci dà troppo moltiplicando le immagini, e noi siamo portati a non credere più a niente di ciò che vediamo, e infine a non volere più guardare niente di ciò che abbiamo sotto gli occhi.”[1]

Ipervisibilità.

La verità è che siamo letteralmente bombardati dalle immagini. Ci inseguono, ci assillano. Aspettando il treno, quando passeggiamo, mentre facciamo la coda al supermercato. Persino a colazione l’icona di un’ape sorridente ci osserva dalla scatola dei cereali.

Il risultato? Non le guardiamo più. Siamo così assuefatti dalla visibilità che azzeriamo la nostra capacità di visione. Le immagini ci hanno reso incapaci di guardare.

La censura del “troppo”, che paradosso.

Accade un po’ come con il viso della Gioconda. Iper-vista, iper-vedibile. Di fatto invisibile. C’è stato bisogno che le fossero messi dei baffi per far sì che riemergesse dal marasma iconico. Perché si stagliasse su quello schermo ormai saturo, bianco.

Lo stesso accade con le immagini contemporanee. Foto di Obama, Marilyn Monroe. Ma anche Topolino o il pagliaccio di McDonald’s. Sono ovunque, onnipresenti. E noi le abbiamo assimilate, come un antidolorifico che sembra quasi non fare più effetto.

Eppure sono lì e noi, volenti o nolenti, ne subiamo l’afflato, in silenzio.

O almeno fino al nuovo shock.

Perché è solo così che un’immagine torna visibile. Ci colpisce d’improvviso, ci costringe a fermarci a guardarla. Ed è così che noi riprendiamo le redini della nostra attenzione, ricominciamo a pensare, a ragionare, a dare un senso alle cose.

Per esempio con la Street Art. Un’arte prepotente, maleducata, ma con tanta voglia di raccontare. E così passando davanti ad un Abraham Obama dipinto su un muro o a una copia della Guernica veniamo stuzzicati, e ci arrestiamo.

Ron English, Abraham Obama, 2007

Riflettiamo.

Ron English, con il suo “surrealismo-pop” ci tenta, sfida la nostra immaginazione. Dove arriva il nostro senso critico? Cosa ne pensiamo di una società immobile, imbevuta di pubblicità? Siamo sicuri di essere ancora in grado di ragionare con la nostra testa, e non di essere burattinati piuttosto dai portentosi fili del consumismo?

Le immagini ci provocano. Si ribaltano, si smentiscono, mostrano di nuovo il loro lato nascosto.

Perché il potere delle immagini è infinito, basta saperle guardare.

“Saper guardare un’immagine sarebbe, in qualche modo, divenire capaci di distinguere dove essa brucia, dove la sua eventuale bellezza serba il posto a un “segno segreto”, a una crisi irrisolta, a un sintomo. Dove la cenere non si è raffreddata.”[2]

Federica Musto


[1] Georges Didi-Huberman, L’immagine Brucia, 2009

[2] Ibidem.


INFORMAZIONI:

Murales di Ron English

M.U.R.O (Museo Urbano Roma), Roma.

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