La celestiale bellezza erotica di Ninfa

La celestiale bellezza erotica di Ninfa

La celestiale bellezza erotica di Ninfa

“Chi è? da dove viene? L’ho forse già incontrata prima? […] qual è la storia di questa fanciulla?”[1]

Nietzsche ravvisa nella storia dell’arte dei movimenti nascosti, dei residui di vibrazioni vitali che la attraversano come fiumi sotterranei. Questi fiumi di quando in quando sgorgano in superficie, creando piccole, bellissime oasi. Tutta l’arte è il risultato sorprendente nato dall’incontro di due polarità: l’apollineo, la bella forma, e il dionisiaco, il phatos, il tragico della vita. È un po’ come se quello dell’arte fosse un mondo con un tempo a sé stante, un racconto dove la cronologia non è rispettata e ripetizioni, anacronismi ritornanze si intrecciassero, inseguendosi, come un vortice di eterno ritorno. Il tempo dell’arte è simile al tempo della memoria, a quello del sogno. Freud parlava a questo proposito di inconscio, di rimozioni, di sintomi e di ritorni. Così, nelle immagini ha luogo una continua ricomparsa del simile, la riapparizione improvvisa di quel passato che il giovane Nietzsche nella sua “Nascita della tragedia” (1872) definisce “l’infanzia tragica dell’umanità”. Un dolore originario, una potenza vitale che da vita all’arte e che nella tragedia ricorre.

“Ninfa, con i suoi capelli e i suoi drappeggi in movimento, appare così come un punto di incontro, sempre mobile, tra il fuori e il dentro, tra la legge atmosferica del vento e la legge viscerale del desiderio.”[2]

La Ninfa di cui parla Aby Warburg non è una figura in particolare. Ninfa è la Venere di Botticelli, Ninfa è la Salomè danzante, Ninfa è la Maddalena che si trappa i capelli nel rilievo di Bertoldo Giovanni (Crocefissione, 1485 ca.). Ninfa è persino la Gradiva freudiana; è di Ninfa la testa gettata all’indietro della donna isterica, il piedino sollevato di Uma Thurman nel’indimenticabile scena di Pulp Fiction (1994, di Q. Tarantino). Ninfa è il luogo in cui avviene il sintomo, è il simbolo di quella travagliata unione tra la calma bellezza apollinea e lo spirito demoniaco e violento delle antiche menadi greche. In Ninfa sopravvive questa ambigua, incoerente memoria. E nei dettagli delle immagini che le danno corpo, nei particolari delle figure a cui essa infonde vita, nel loro capelli al vento, nelle loro vesti leggere, nei piedi sollevati in quelle bellezze divine e maledette, sopravvive il pathos originario, sebbene ogni volta risignificato. Ancora calma e frenesia, di nuovo grazia e dolore. È dunque una memoria primigena di vita, quella che permette al fantasma dell’antico di animare l’immagine dell’arte di tutti i tempi.

Federica Musto


[1] A. Warburg, “Lettera di Jolles a Warburg del 23 dicembre 1900”, Id., La ninfa. Uno scambio di lettere, a cura di M. Ghelardi, Aragno, Torino 2004. [2] G. Didi-Huberman, L’immagine insepolta. Aby Warburg, la memoria dei fantasmi e la storia dell’arte (2002), Bollati Boringhieri Editore, 2006, p. 240.

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2 risposte

  1. Cara Federica, ho fortuitamente scovato questo film ” La Vénus à la fourrureche” – VENERE IN PELLICCIA- film del 2013 diretto da Roman Polanski che ritengo essere a suo modo, una perla di elegante erotismo espresso in una sovrapposizione di ruoli.
    Una Ninfa da affiancare alle tue qui sopra citate.
    Un abbraccio fortissimo!!
    Stefano

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