Profumo a Palermo

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La prima cosa che impari quando arrivi in Sicilia è la pazienza. Questo perché il tempo medio tra una tua richiesta – qualunque essa sia – e l’ottenimento dell’oggetto di tale richiesta varia dal quarto d’ora alla mezz’ora abbondante. Non è una mancanza o un difetto, è uno stile di vita: il palermitano si prende il tempo per fare le cose. E quando capisci che l’atteggiamento che ti fa attendere una vita al banco del bar per avere il tuo caffè (ma che cosa stanno facendo?!) è figlio della stessa indole che porta le persone a sorriderti, a raccontarti le loro storie e ad ascoltarti con attenzione quando tu racconti le tue, semplicemente smetti di infastidirti, ti rilassi, e cominci ad apprezzare. Sei arrivata a Palermo.

In questo post inconsueto per la mia pagina non voglio fare critica d’arte o recensione. Quello che voglio raccontare non è nemmeno il resoconto di un viaggio, quanto piuttosto ciò che più ho apprezzato e che rimarrà nel ricordo. Sarà quindi un racconto a sprazzi, a nido di ragno, a buchi come la memoria.

Palermo è una città strana. Quando ho risposto così a Tonino, il signore in pantaloncini corti che gratta una lastra di ghiaccio da dietro il suo carrettino colorato per prepararmi la sua famosissima granatella palermitana, si è messo a ridere. Mi ha detto che avevo ragione e per fortuna non mi ha chiesto perché la trovassi strana, non avrei saputo rispondergli. Palermo è una città che non sono riuscita ad identificare. E non è solo la sua poliedricità, la sua capacità di essere diversissima non solo da quartiere a quartiere, ma da casa a casa, da balcone a balcone. Il nuovo si incastra con l’antico, l’arabo con l’occidentale, l’esotico con l’autoctono. Si mescola così, sdrucciolando come lo sciroppo su quel bicchiere di ghiaccio, impregnando i cristalli a tratti, e sciogliendosi lentamente al sole. Eppure disseta, e addolcisce: c’è un gusto per ogni palato.

Una signora che siede al tavolo di fianco al mio in uno dei banchi improvvisati del mercato di Ballarò mi ha dice che invece per lei Palermo è gialla. Il sole, il mare, la roccia sabbiosa che sgretola i palazzi più antichi, la luce che si infila in ogni fessura e riflette sulle lastre di pietra lucide che ricoprono le strade della Kalsa. Mi chiede come mi ci sono ritrovata io, da sola, a mangiare spada alla brace e polpo bollito su quel tavolino traballante in mezzo a un mercato che potrebbe benissimo essere scambiato per un bazar arabo, bestie a parte. Le dico che mi ci ha guidato il profumo. Non quello del pesce che sfrigola sulla griglia, ma il profumo del posto, della gente, dei colori e delle voci. Il profumo strano di Palermo. Lei mi sorride e non è necessario dirmi che ha capito. Brindiamo con un vino bianco scadente in due bicchieri di plastica e ci gustiamo il pesce fresco.

Credo sia stato quello stesso profumo a guidarmi verso una delle migliori chicche che ho scovato durante il viaggio. Vagavo tra i vicoletti del quartiere di Ballarò, quel labirinto di straduzze che si diramano tra la cattedrale e il mercato. Possiamo anche dire che mi ero persa. Di fatto, per tutta la vacanza ho lasciato che fosse più l’intuito a farmi da guida piuttosto che mappe e cartine. Fatto sta che è stato nel mezzo di quello che pareva a tutti gli effetti un insieme di case popolari, che ho incontrato Andrea. Andrea è il rampollo della famiglia Federico, lontanissimo erede dell’imperatore Federico II, che ad oggi vive ancora nella residenza di famiglia: Palazzo Conte Federico.

Non so se chi è stato a Palermo ha mai avuto la sfacciataggine di infilare il naso all’interno dei portoni privati, ma se lo avesse fatto si sarebbe accorto delle meraviglie che semplici usci di legno sono capaci di celare. Corti fiabesche piene di piante, colonne e ceramiche colorate. Lascio all’immaginazione cosa possa nascondersi all’interno di un palazzo costruito attorno ad un’antica torre arabo-normanna del XII secolo e abitato dalla stessa famiglia fin dal ‘700. Se poi ci si aggiunge un papà pilota che ancora oggi guida una Balilla originale del ’19 e una mamma cantante lirica e campionessa di nuoto, l’immagine che Andrea riesce a restituire camminando tra i saloni dai pavimenti maiolicati di casa sua rasenta quella delle migliori favole da Le mille e una notte, ai giorni nostri. Tasse dei rifiuti a parte.

La chiesa di Santa Maria dello Spasimo, invece, l’ho cercata di proposito. Non con google maps, che tanto impazzisce tra i vicoli palermitani, ma chiedendo indicazioni alle persone che ho incontrato per strada. Chi mi ha consigliato di andarci mi ha convinto dicendomi che si trattava di un luogo magico, in assoluto il suo preferito a Palermo. Aveva ragione. Un monastero del ‘500 privo del tetto, non per intemperie ma per mancanza di fondi: un tetto che non è crollato, non è proprio mai stato costruito per l’esaurirsi dei soldi – quale migliore emblema per la città in cui sorge? Storia a parte, oggi il complesso è una meravigliosa location per concerti e spettacoli; ma è quando è deserta, dolcemente pervasa dalla luce morbida del crepuscolo, e silenziosa, che – paradossalmente – sprigiona tutto il suo fascino. Armonia pura. Alta, slanciata e così leggera nelle sue parti mancanti, incompleta e affascinante come le Prigioni michelangiolesche. Esprime potenza, possibilità, desiderio. E lo fa con delicata melodia. Mi guardo attorno, rallento il ritmo dei passi e faccio attenzione a non fare rumore, come se anche il ronzio dei pensieri potesse infrangere l’incanto di un posto che sento di avere ritrovato, come quel vecchio motivetto pieno di ricordi che proprio non riesci ad identificare. Seguo l’ossatura elegante, il gioco di chiaro scuro tra l’edificato e il mancante, il netto contrasto tra l’ocra della pietra e l’azzurro robusto del cielo. Resto un po’ così, a roteare su me stessa con il naso all’insù per seguire ogni linea, ogni nodo e non perdere nemmeno un particolare. Poi salgo verso il giardino sulle mura. Silenzio, ancora quel profumo di fiori noto ma che non riesco a definire. Chi se ne frega. Osservo la chiesa dall’alto, dal buco lasciato nel tetto.

Mentre torno verso la città mi ferma una signora sull’ottantina che avanza stancamente con l’aiuto delle stampelle. Mi chiede se la chiesa dello Spasimo sia ancora molto distante. No signora, stia tranquilla, è quasi arrivata. Manca solo un centinaio di metri e se la trova sulla sinistra.

La granita più buona di Palermo la trovo l’ultimo giorno mentre torno da un saluto alla Cattedrale, in un baretto minuscolo a cui non daresti una lira, sperso tra la miriade di negozi che affolla corso Vittorio Emanuele, detto da tutti e semplicemente il Corso. Il proprietario si chiama Pino, un uomo gentile dal capelli bianchi e il sorriso sicilianissimo. Signorina si accomodi. Che gusto vuole? Che gusti ha? Dipende, lei che gusto vuole? Lo adoro. Mi faccio tentare dalla tradizione, la sua: granita metà mandorla metà caffè con panna appena montata e una nevicata di cacao. Quando me la porta sembra un tiramisù. Soffice, godereccia, cremosa e al contempo perfettamente equilibrata nel gusto, tanto da non risultare stucchevole ma capace di lasciarsi assaporare fino in fondo. C’è studio, esperienza, perfezionamento nella ricetta e nella manodopera. E poi c’è il mio carattere, dice Pino mentre mi stringe la mano con entrambe le sue. Ciao dolcissima Federica, ciao Pino, e grazie.

Continua…

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Amo l’arte in ogni sua forma, amo la bellezza e la curiosità che mi porta a scoprire sempre cose nuove.

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