Giorgio Morandi: il pittore della polvere?

Giorgio Morandi: il pittore della polvere?

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Buon compleanno Giorgio Morandi. 125 anni fa, il 20 luglio del 1890, nasceva nella “dotta e grassa” Bologna uno degli artisti più amati e meno compresi del XX secolo italiano; e così oggi, per l’occasione, Google gli ha dedicato il proprio Doodle.

Chi era Morandi? Nella mia personale esperienza di studio, ho sempre classificato questo artista come “il pittore della polvere”. Etichetta allo stesso tempo vera e limitante.

Giorgio Morandi
Giorgio Morandi

Morandi è stato un artista particolare, un vero e proprio unicum per percorso e personalità. Schivo e poco atto al brulichio della vita comune, ha sempre abitato con le tre sorelle dividendosi tra la sua abitazione di Via Fondazza e quella di Grizzana, sull’Appennino emiliano. Questo apparente isolamento, tuttavia, non gli ha mai impedito di tenersi aggiornato sull’attività artistica internazionale tramite riviste e cataloghi che si faceva mandare dagli amici intellettuali, né di coltivare lunghe corrispondenze con critici e direttori museali di tutta Europa. La quotidiana familiarità è stata comunque la cifra che ha contraddistinto la sua opera, rendendolo famoso – paradossalmente, mi verrebbe da dire – come pochi altri italiani nell’Europa di metà Novecento.

Pittore della polvere”, dicevo. I soggetti dipinti da Morandi sono per lo più nature morte, piccoli teatrini di oggetti quotidiani – stoviglie, vasi, utensili domestici – disposti con lenta, ossessiva meticolosità su piani spogli e aspersi da una luce stemperata, filtrata da veli posti alle finestre. Oggetti poi lasciati lì ad appannarsi di dimenticanza, in modo tale da far loro perdere il ricordo della propria funzione e apparire così come puri volumi, o semplici forme. Oggetti reali che divengono magici grazie a quella loro staticità trattenuta che viene percepita nel momento stesso in cui qualcuno si sofferma a guardarli. «L’oggetto pittorico è come la materia delle cose, che si modificano, secondo il principio di indeterminazione di Heisenberg, nel momento in cui vengono sottoposte a osservazione.»[1].

G. Morandi, Natura Moarta, 1932, olio su tela, 62,2 x 72 cm, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna.
G. Morandi, Natura Moarta, 1932, olio su tela, 62,2 x 72 cm, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna.

È proprio questo che si propone di indagare Morandi: gli oggetti per come tendono a strutturarsi sulla retina dell’osservatore in termini geometrici. La sua opera è una raffinata riflessione sui valori del linguaggio, una monumentale e modernissima investigazione dello spazio plastico e delle infinite possibilità di combinazione tra gli elementi primari della grammatica pittorica: forma, colore, luce, spazio.

Facile qui intuire l’enorme debito nei confronti del lavoro di Cèzanne sulla costruzione di volume e spazi, nonché le sue meditazioni sul rapporto puramente percettivo tra soggetto e oggetto.

E facile, allo stesso modo, capire l’ossessione esercitata da Morandi nel processo di creazione, quella sua attenzione maniacale a tutti gli aspetti costitutivi dell’opera d’arte. Un modo di lavorare quasi da “antica bottega”, che testimonia un legame profondo con la tradizione. Una ricerca meticolosa dei colori, che poi macinava personalmente; un processo lento e pensato di costruzione degli spazi, tramite la disposizione pensata degli oggetti e la notazione a terra del posto da cui lavorava per non variare il proprio punto di vista; la già citata modulazione della luce. Fino alla scelta di un particolate tipo di legno per i propri telai: «L’abete è il legno che mi piace di più. È un legno che si lascia lavorare. Non richiede troppa fatica. Con l’abete si fanno tutte le cose per l’uomo. Il tavolo di cucina, il letto per la famiglia, le sedie di casa. […] Anche per la pittura, mi sono accorto che l’abete dei miei piccoli telai sembra che vada d’accordo con la pittura che faccio io».[2]

Tutto questo senza rinunciare ad una naturale e irrinunciabile volontà di ricerca e crescita, attestata dal suo continuo sviluppo stilistico. Da una pittura degli esordi piattissima, Morandi evolve poi in una pennellata sempre più gestuale che lo porta a dipingere quadri d’una pasta cromatica densa e carnosa negli anni Trenta; per poi tornare invece ad una maniera talmente liquida e sottile da far intravedere talvolta addirittura la trama della tela. Negli anni ’60 giunge vicinissimo alle soglie dell’astrattismo, senza tuttavia mai cedervi veramente: è stato capace di ergersi sempre in bilico sul filo sottile che corre tra Realismo e Astrattismo.

Insomma, un vero e proprio artista policromo, nonostante l’apparente monotonia del soggetto, sempre inanimato – l’uomo non campare mai: resta sempre dall’altra parte della tela.

Morandi, il “pittore della polvere”. Morandi, l’autore di piccole tele di dolcezze familiari.

Federica Musto


[1] F. Caroli, Il volto dell’occidente. I venti capolavori che hanno fatto l’immagine della nostra civiltà, Oscar Mondadori, Milano 2014, p. 172.

[2] Testimonianza riferibile all’amico Giuseppe Raimondi.

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