Un’arte intimamente umana

Un’arte intimamente umana

Un’arte intimamente umana

Siamo ormai abituati a pensare all’arte come a qualcosa di estremamente concettuale.

Una ruota su un piedistallo, un vespasiano attaccato al muro, un Rembrandt come asse da stiro. Da Duchamp in poi è cambiato tutto. Si è persa quella tradizionale distinzione tra oggetto comune e opera d’arte: l’arte è passata dall’essere manufatto a essere concetto di se stessa.

“Un oggetto ordinario elevato a dignità di opera d’arte dalla mera scelta dall’artista” (Duchamp).

Questo, ovviamente, ha sconvolto il pubblico.

È trascorso quasi un secolo da quel lontano 1917, ma ancora oggi non è difficile vedere persone vagare, disorientate, per le sale di una mostra d’arte contemporanea.

Se un tempo le si chiedeva di essere “piacevole” (Kant), oggi l’arte deve essere “geniale”.

Eppure lo stacco non è netto.

C’è, a mio avviso, una dimensione rimasta invariata nel tempo. È quella dimensione intima, personale, la dimensione dell’artista che sceglie di parlare di sé.

Ci sono delle opere che sembrano come avvolte in un’aura particolare, uno spirito vivo che si sente appena appena pulsare.

Una vicenda, un contrasto, un piccolo frammento esistenziale. Un’anima.

Quell’afflato che abita, per esempio, i quadri di Frida Kahlo. Un corpo martoriato, una linea semplice, tanti colori estremamente brillanti. Un’aria di famiglia, di vita semplicemente privata. Una sorta di diario a olio, tavolozza dell’essere umano.

Ancora, quella linfa che vibra nei murales di Diego Rivera. La quotidianità, gli usi, i costumi di un Messico che combatte per la sua libertà. Un ideale, un pensiero, un popolo.

La storia dell’uomo che, solo, si guarda allo specchio; quella della gente che, insieme, plasma la società.

Nessun’arte concettuale, dunque. Non arte come oggetto, né arte come feticcio.

Ma arte come espressione.

Quell’arte che mantiene il suo intento originario, la causalità fondamentale che le ha dato vita nella notte dei tempi. L’arte che parla, che sente, che si muove, l’arte che – perché no? – resta anche zitta. L’arte che vive insieme a colui – o colei – che ne ha impresso la forma. L’arte che non solo rappresenta ma esiste. Esiste in quanto simbolo dell’uomo e delle sue finalità. Simbolo dei suoi eccessi, dei suoi limiti, del suo essere imperfetto. Simbolo della e nella sua contraddittorietà.

Arte come presenza laddove si avverte una mancanza – «Presenza di un’assenza» (Belting).

“Non ho mai dipinto i sogni. Ho dipinto sempre e solo la mia realtà” (Frida Kahlo)

Federica Musto


INFORMAZIONI:

Frida Kahlo e Diego Rivera

Palazzo ducale, Genova

Fino all’ 8 febbraio 2015

www.fridakahlogenova.it

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