Prospettiva. È tutta una questione di prospettiva

Prospettiva. È tutta una questione di prospettiva

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Con quale distacco si guarda il mondo da un aereo. Tutto appare piccolo, lontano, poco importante. La frenesia della vita, il nostro essere perennemente di corsa, perfino il traffico delle 8:30 del lunedì mattina diventa improvvisamente insignificante. Tutti quei problemi che ci affliggono e che ci paiono tanto insormontabili laggiù, è come se scivolassero via durante la salita, come se l’aria ce ne spogliasse un po’ di dosso ad ogni metro di quota acquisito.

Le nuvole ci mostrano la loro faccia di panna, panorama lontano anni luce dal grigio incupito che esibiscono per chi le scruta da sotto. Le montagne, faticose salite, si rivelano nient’altro che morbide rughe sull’antica pelle sapiente di una provata Madre Natura.

(Quanto è blu il cielo visto da quassù.)

Prospettiva. È tutta una questione di prospettiva. Assurdo come un banale mutamento di punto di vista possa trasformare completamente il muso del mondo.

Talvolta basta uscire di casa, “cambiare aria” come si suol dire, per riordinare le idee. Oppure farsi una bella dormita; o, per l’appunto, salir su un aereo. Guardi fuori e mentre il mondo perde pian piano estensione, ti rendi conto che qualcosa è cambiato, che tu sei cambiato.

Perché il cosa vedi è inequivocabilmente, indissolubilmente legato al come lo vedi. È un po’ come quando devi dire qualche cosa di importante ad un tuo caro e decidi di fargli un’improvvisata passando a trovarlo in ufficio. Perché “dirlo per telefono” non è proprio per niente la stessa cosa.

Benjamin lo sapeva bene. «Nel giro di lunghi periodi storici, insieme coi modi complessivi di esistenza delle collettività umane, si modificano anche i modi e i generi della loro percezione. Il modo secondo cui si organizza la percezione umana – il medium in cui essa ha luogo -, non è condizionato secolo in senso naturale, ma anche storico.»[1].

L’invenzione della cinepresa che ha permesso il cinema, e, ancora prima, della macchina fotografica e della camera oscura, non hanno solo rivoluzionato il campo delle tecnologie. Hanno cambiato per sempre il modo stesso di vedere il mondo da parte degli uomini. Hanno dato vita ad una nuova visione, moderna, non naturale. La fotografia, la cinepresa, quali protesi dell’occhio umano, hanno permesso di guardare le cose da una prospettiva assolutamente inedita. Il “sotto” di un veicolo in movimento, l’immagine satellitare della terra ripresa dallo spazio: sono tutte visioni inottenibili se non tramite un obiettivo meccanico.

Eppure oggi fanno parte della nostra quotidianità. In qualche modo sono diventate familiari, naturali. Tanto naturali da essere ormai imprescindibili. Sarebbe impossibile ora per noi anche solo pensare di avere un’esperienza di un oggetto – per esempio di un’opera d’arte – senza essere influenzati dal modo “fotografico” di osservarlo. Cinema e fotografia, dice Benjamin, hanno modificato irrimediabilmente la maniera in cui vediamo l’arte. Ma questo non avviene solo con le opere contemporanee: è in atto una vera e propria riscrittura dello stesso passato ad opera del presente. Freud avrebbe forse parlato di un aprés-coup globale dell’ontologia della visione.

fotografia
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Il punto è che l’avvento di un nuovo medium non può far altro che riverberare sul ciò che è già stato: oggi guardiamo all’epoca pre-fotografica con uno sguardo totalmente diverso rispetto agli uomini del Settecento. E non perché il nostro occhio sia mutato nel tempo dal punto di vista fisiologico; è il modo di usare i nostri occhi ad essersi trasformato per sempre. E così come non saremo mai in grado di comprendere come un uomo primitivo – un uomo che ancora non conoscesse il fuoco – potesse reagire alla vista del primo incendio causato da un fulmine, quale stupore, quale pensiero, quale mutamento potesse instillare in lui un tale trauma; allo stesso modo è ormai impossibile per noi uomini dell’era di Internet immaginare quale potesse essere per una persona di qualche secolo fa’ l’esperienza di ritrovarsi di fronte alla Gioconda per la prima volta nella vita.

Pittura, scultura, architettura: non sono più gli stessi. E questo perché noi non li vediamo più allo stesso modo. Prospettiva, appunto. Si riduce sempre tutto a una questione di prospettiva.

Perché vedere la Monna Lisa per la “prima volta”, ora come ora, effettivamente non è così semplice. E non perché sia complicato raggiungerla – è sicuramente molto più facile visitare il Louvre oggi rispetto a tre secoli fa. È perché, ad essere pignoli, non è esattamente la prima volta che la si vede. Chiunque, volente o nolente, si è imbattuto nell’immagine della Gioconda in qualche modo: sui libri di scuola, in un servizio in televisione, stampata su una maglietta o Gioconda-coveruna tazza in vendita in qualche banchetto di souvenir. La riproducibilità dell’immagine, resa possibile dall’avanzamento tecnologico, ha dato vita a un modo assolutamente nuovo di fruire l’arte. Grazie a strumenti come Google Image, oggi basta un click per accedere a qualsiasi quadro, scultura o opera architettonica che
sia. E questo, ovviamente, ne ha modificato percezione ed ermeneutica. Perché non solo posso visualizzare quando e ovunque voglia quel sorriso enigmatico che tanta gloria ha portato a Leonardo, ma con uno smartphone mi basta toccare lo schermo ed ecco che l’immagine si zoomma, si allarga, concedendomi un’analisi del quadro che un’osservazione dal vero non mi avrebbe mai permesso – mediata questa com’è dalla mia distanza spaziale rispetto all’opera, da quel vetro spesso di protezione e, diciamocelo, dalla folla di visitatori muniti di macchina fotografica che si accalcano nell’ala Denon.

Insomma, l’arte non è mai stata tanto vicina. Né tanto visibile. E questo, come dicevamo, ne ha modificato l’essenza. Per cui la nostra conoscenza della Gioconda, oggi, è cambiata rispetto a quella di un amatore del Settecento. Per sempre.

Prospettiva. È tutta una questione di prospettiva.

Federica Musto


[1] W. Benjamin, Aura e choc: Saggi sulla teoria di media, a cura di A. Pinotti e A. Somaini, Torino 2012, Einaudi, p. 21.

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