Metafore, sogni, arte

Metafore, sogni, arte

Metafore, sogni, arte

Le metafore sono simili ai sogni, all’arte, anche alle botte in testa.

Nel suo saggio “What Metaphors Mean” (1978), Davidson ci spiega il funzionamento delle metafore.

Quando sentiamo o leggiamo un enunciato figurato, il nostro inconscio viene stimolato. Produciamo pensieri, emozioni, riflessioni. Facciamo associazioni. Una metafora è come un invito a mettersi in gioco. Ci chiede di essere attivi, di tentare.

Allo stesso modo si comportano i sogni. Quando sogniamo, spiega Freud, il nostro inconscio viene liberato. Produciamo figure, significati camuffati in strani simboli. I nostri desideri più nascosti, le nostre paure, tutto ciò che la nostra psiche non è in grado di sopportare durante la veglia, viene magicamente a galla. Il nostro personalissimo mondo interiore anima il nero incontrastato della notte.

Ma le metafore, secondo Davidson, somigliano anche alle opere d’arte.

Questo perché pure davanti a un’opera d’arte siamo chiamati a partecipare. L’arte ci sfida, ci guarda, ci riguarda. Didì-Huberman parla del doppio potere che un’immagine è in grado di esercitare. Essa ci riguarda in quanto si mostra, ci affascina. Ma ci riguarda anche perché lentamente, con pazienza, ci spinge a pensare. L’arte è capace di pungere. Porta allo scoperto quel nodo nascosto che senza volere ci portiamo nel cuore. Mostra la sua mancanza, il suo essere assenza presente. Mostra la nostra paura, il nostro essere viva contingenza.

Quando nel 1917 Marcel Duchamp presenta il suo Fontana alla Society of Independent Artists, a New York, questo complesso ruolo dell’arte viene finalmente alla luce. Stanco di un’arte accademica, prima, e materialistica, “retinica” poi, Duchamp sconvolge quello statuto iconologico in atto da secoli.

Appendere un orinatoio alla parete e chiamarlo “arte”, significa stravolgere l’ordine delle cose. All’artista non è più richiesto di saper fare, ma di far fare. Di trasmettere attività, di creare domande. L’arte non deve risolvere, ma fare problema. Solo così noi spettatori siamo obbligati a rischiare, ad abbandonare la nostra sicura poltrona da spettatore passivo e, finalmente, a collaborare. Siamo noi a dover creare, a trovare il senso. A trovare il nostro senso.

È un po’ come nel linguaggio, dice Grice. Si tratta di una relazione, un rapporto naturale tra parlanti: un semplice, istintivo, patto cooperativo.

“Sono arrivato alla conclusione che un artista si può servire di qualsiasi cosa – un punto, una linea, il simbolo più convenzionale o il meno convenzionale – per dire quello che ha da dire.” (cit. Duchamp)

Perché è questo che l’arte fa, ci insegna a comunicare.

Federica Musto


Per approfondire:

  • Davidson, “What Metaohors Mean”, in Critical Inquiry, 1978
  • Sigmund Freud, L’interpretazione dei sogni, 1899
  • P. Grice, in “Logic and Conversation”, in Studies in the way of words, Cambridge, MA, Harvard University Press.

    INFORMAZIONI:

    Duchamp. Re-made in Italy

    GNAM, Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea, Roma

    Fino al 9 febbraio 2014

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