La primavera delle immagini

La primavera delle immagini

Panofsky insegna che leggere l’arte è possibile. Tre sono i livelli, secondo lui, sulla base dei quali noi spettatori godiamo di una certa opera: il riconoscimento dell’insieme di linee e colore come una figura, l’identificazione di quella figura in un particolare sujet, l’attribuzione del’opera ad un dato contesto storico sociale e, dunque, a un particolare artista.

Caravaggio, Medusa, 1597

Prendiamo come esempio la Medusa caravaggesca conservata agli Uffizi. Primo livello: siamo di fronte ad una donna con il capo cinto da serpenti. Livello numero due: è la Medusa della mitologia greca, la bella Gorgone capace di pietrificare con il solo sguardo. Infine il modo in cui è modulato il colore, la raffinatezza dei dettagli: non c’è dubbio, siamo di fronte al capolavoro del Caravaggio.

E fino a qui tutto bene.

Ma ora osserviamola meglio. Quella espressione sul viso, quello sguardo rivolto altrove. Strano. Sembra terrorizzata.

Ma come? Medusa, il mostro dalla corona di serpi, spaventata?

Mieke Bal suggerisce che «Medusa non è la causa, ma la vittima del terrore». Per secoli la letteratura e la storia dell’arte ci hanno raccontato una Medusa agghiacciante, e poi arriviamo noi e ne abbiamo pietà!

Eppure è lampante: Medusa ci parla, come se ci chiedesse di guardare altrove con lei per trovare la vera origine del timore.

«Leggere l’arte è un atto soggettivo» ci rammenta la Bal. Le immagini sono come degli immensi boschi in cui crescono significati. Quando un artista da vita a un’immagine, nel suo giardino sbocciano alcuni sensi determinati. Ma l’immagine ben presto si emancipa dal proprio creatore, e così, piano piano, nel campo germogliano contenuti nuovi, diversi. L’immagine fiorisce in istanti difformi, vive un tempo storico, colmo di presente. Un presente abitato da «attori sociali che stanno di fronte alle immagini e si vedono porgere specchi».

Dunque sì, Medusa ci parla. E noi la leggiamo. Ieri, oggi, a partire da noi.

L’arte non è una «statica collezione di reliquie, ma un processo vivo, continuo.»

L’arte è un racconto infinito. Ogni giorno una nuova storia.

Federica Musto

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