#iorestoacasa ad allenare la fantasia in quarantena

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Assurdo. Sono qui, con il mio felpone rosso dei tempi dello skiteam e il mug con il busto della Giuditta I di Klimt ricolmo di caffè nero in mano, a cominciare il mio ventunesimo giorno di quarantena. Ventuno giorni sono tanti. Sono tanti, e nemmeno tutti perché questa situazione così straordinaria e fuori da ogni possibile previsione purtroppo ancora non scorge la propria fine. 

Assurdo. Un virus capace di trasmettersi con una cordiale stretta di mano, un virus paziente ed aggressivo che corre di respiro in respiro provocando febbri e polmoniti e vittime e dolore. Anche tra chi è sano ed è giovane ed è forte, e magari si impegna ogni giorno a combattere sul campo di battaglia, armato di coraggio, guanti, mascherina, stanchezza. Un nemico invisibile, contro il quale non abbiamo ancora trovato una strategia davvero efficace.

Assurdo. Ventuno giorni in cui ognuno di noi è stato costretto a ridefinire i confini della propria esistenza, ventuno giorni in cui gesti quotidiani come fare la spesa o portare a spasso il cane si sono trasformati in una missione in terra ostile e gli stipiti della porta di casa sembrano essere divenuti le Colonne d’Ercole del secondo decennio del XXI secolo.

Assurdo. C’è chi non lavora perché la maggior parte delle attività sono state chiuse, chi si sente in trappola, animale in gabbia tra le quattro mura della propria abitazione, chi si è visto gettare addosso da un giorno con l’altro una secchiata di tempo vergine, tempo libero, svuotato dei soliti impieghi quotidiani, un tempo dai ritmi rallentati, dagli spazi ritagliati, dalle possibilità decimate. E ora si ritrova lì, a disposizione, e noi restiamo a guardarlo mentre ci scivola tra le mani, e non sappiamo bene che cosa farcene.

#iorestoacasa. Un hashtag elevato a grido di guerra. È l’emblema di questa nostra resistenza passiva, di questa rinuncia alla libertà in favore della vita di tutti, in strenua attesa della forgia di un’armatura più efficace di un muro d’aria largo un metro e poco più. È il grido di guerra di chi piange le proprie vittime che non ha potuto salutare, di chi è ogni giorno a lottare in trincee dal volto innocuo – strade, ospedali, supermercati, farmacie, uffici pubblici, cantieri e fabbriche necessarie ai beni primari.  

#iorestoacasa. Ma anche un appartamento talvolta può diventare una trincea, intrappolati come topi sotto una pioggia di proiettili nemici. Sebbene circondati dai comfort di casa propria, la solitudine o, al contrario, la totale mancanza di pace, magari in situazioni difficili, possono trasformare i domiciliari in un vero inferno.

#iorestoacasa. E mi manca la vita di prima, il mio lavoro, gli amici, gli affetti, i rapporti sociali, la possibilità di muovermi, di viaggiare, di sperimentare. Mi manca la curiosità verso il mondo, che a fatica può essere soddisfatta tramite lo schermo di un computer o la pagina di un libro. Non completamente, non per molto. Ed è un discorso egoista nei confronti di chi ha perso molto di più, ma è la verità, ed è condivisa da tanti, ed è comunque importante.

#iorestoacasa. Ancora per un po’, fino a quando serve. Resto a casa a leggere e studiare e dipingere e scrivere e guardare film. Resto a casa ad allenare la mia fantasia, che nessun virus invisibile e paziente ed aggressivo che corre di respiro in respiro provocando febbri e polmoniti e vittime e dolore potrà mai portarmi via.

#iorestoacasa. Per tornare un giorno a godermi una domenica di primavera tra i pioppi del parco. Per tornare a pattinare, e a sciare, e mangiare un gelato con un amico. Per tornare a lavorare. Per riprendere in mano la mia vita per come l’avevo lasciata quando questa storia, finalmente, finirà.

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  1. Gualtiero

    Bellissimo, sei riuscita a toccare i sentimenti che viviamo in questi giorni surreali, hai descritto ciò che molti di noi esperimentiamo, le paure, la rabbia, la voglia di tornare a “vivere”, il dolore per chi soffre e soprattutto per chi ci ha lasciato. Grazie per avermi regalato un momento di riflessione e di commozione.

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