Iconoclastia o Razzismo?

Iconoclastia o Razzismo?

postato in: Commenti | 0

Iconoclastia.

Esistono delle parole che, non si capisce bene per quale motivo, riescono sempre ad inquietarci. Forse è un po’ come per il timore del buio: non sono le tenebre in sé a farci paura, quanto l’oblio e il mistero che si portano dietro. Abbiamo paura di ciò che non possiamo vedere, che ci è ascosto e che, dunque, non conosciamo.

Iconoclastia significa letteralmente “distruzione delle immagini”. Le immagini scatenano passioni, suscitano dibattito, stimolano emozioni. Certe immagini ci fanno riflettere, altre sognare, altre ancora commuovere. Il loro potere è immenso e onnipresente, anche se di rado ne siamo realmente consapevoli. La pubblicità, la televisione, il cinema: un fiume di icone, modelli, figure che bombardano i nostri sensi e che ci trasmettono messaggi, cercando di attirare la nostra attenzione. E noi siamo talmente distratti da questo continuo assordante brulichio da finire come paralizzati, storditi; come se tutto questo incessante vortice colorato che ci trascina sempre più a fondo avesse come assurdo risultato ultimo l’accecarci.

“[…] siamo portati a non credere più a niente di ciò che vediamo, e infine a non volere più guardare niente di ciò che abbiamo sotto gli occhi.”[1]

Eppure le immagini restano importanti per la nostra cultura. Arte, scienza, religione, persino il linguaggio non può sopravvivere senza la sua componente figurale, poiché per noi dire e mostrare non sono la stessa cosa, ed è innegabile come ci siano alcuni aspetti del mondo che la parola, per quanto specifica, per quanto ricercata e precisa, proprio non riesce a toccare.

Ma se per la cultura occidentale l’immagine – anche se criticata, anche se tanto spesso rimproverata – è comunque sempre rimasta al centro della comunicazione di ogni settore, per altre culture, come per quella islamica, ad esempio, le figure hanno rivestito per moltissimo tempo una valenza completamente diversa. Quella musulmana è una religione iconoclasta, una religione che non crede nel potere positivo delle immagini e che dunque biasima il loro utilizzo. Per un uomo di fede islamica le immagini religiose, in quanto artefatto, in quanto costrutto artificiale creato dalla mano dell’uomo e “spacciato” per oggetto divino, ostacolano di fatto l’accesso alla Verità. Esse sarebbero tutti idoli, feticci ingannevoli cui il credente si attacca come “un feticista alle proprie scarpe”[2].

Da qui volontà di eliminare ogni figura, icona o rappresentazione che possa in qualche modo indurre ad un errore di valutazione di questo tipo il credente ingenuo.

Una scelta culturale legittima, certamente fondata su basi solide e valide tanto quanto quelle di qualsiasi altro credo.

Il problema è che accade, talvolta, come è accaduto in altri tempi in altre culture, che questa idea, trasformata da un gruppo di singoli in ideologia, divenga estremizzata e pericolosa.

Antica città di Hatra, a 80 km a sud di Mossul, Iraq, patrimonio UNESCO dal 1985.

Da settimane ormai il gruppo fanatico noto come ISIS impegna i propri miliziani in un’opera di distruzione illogica e radicale. Musei, reperti archeologici, luoghi di culto, fino alla notizia di poche ore fa riguardante Hatra, – antica città a 80 km dall’irachena Mossul, riconosciuta patrimonio UNESCO nel 1985 – : devastazione, scempio, desolazione. Una pretesa guerra contro le immagini che frana però sempre più verso un obiettivo diverso da quello che sostiene di voler pervenire: da un’iconoclastia “contro tutte le immagini” a una furia cieca contro un preciso tipo di immagini, quelle dei propri oppositori.

Un’azione dunque non più atta a liberare, come vorrebbe la fede islamica, dall’affezione verso un feticcio; ma piuttosto una violenza, un attacco volto ad offendere, a ferire il rivale. Così l’immagine smette di essere oggetto vuoto e senza valore: diviene mezzo di provocazione, strumento di terrore usato come un’arma verso i presunti oppositori, per i quali, inoltre, proprio poiché attaccati, l’immagine finisce paradossalmente con l’acquisire sempre più importanza, talvolta giungendo persino a tramutarsi in simbolo.

Distruzione ceca dunque, gratuita. Tanto più che tale scempio è filmato, fotografato, documentato: reso immagine sua volta e mostrato a tutto il mondo. Una terribile immagine testimone d’odio – non verso l’immagine in sé, ma nei confronti dell’altro, del diverso.

Terrore, non azione. Bugia, non rivelazione di una qualche pretesa verità.

Violenza, ignoranza, rancore, paura, pazza ideologia.

In una parola: RAZZISMO. Anzi, razzismo travestito da necessità religiosa, il che, per quanto possibile, è ancora peggio.

 Federica Musto


[1] G. Didi-Huberman, “L’immagine brucia”, in Teorie dell’immagine. Il dibattito contemporaneo, a cura di A. Pinotti e A. Somaini, Raffaello Cortina Editore, Milano 2009.

[2] G. Didi-Huberman, L’immagine insepolta. Aby Warburg, la memoria dei fantasmi e la storia dell’arte (2002), Bollati Boringhieri Editore, Torino 2006, p.46.

Related Post

Segui Federica Musto:

Ultimi messaggi

Lascia un commento