Iconoclash: l’altra faccia dell’iconoclastia

Iconoclash: l’altra faccia dell’iconoclastia

Iconoclash: l’altra faccia dell’iconoclastia

Buddha di Bamiyan, Afghanistan, demoliti dai talebani il 12 marzo 2001.

Fermo-immagine.

Assento il tempo perché voglio osservare meglio. Mi avvicino, appiccico il naso al quadro di turno. Colore, linea, drappeggio. Seguo con gli occhi il contorno del viso, come se lo stessi puntando col dito.

Lo afferro. Pausa.

Poi un rumore lontano diventa più forte. Il quadro prende a tremare, si rompe. Vedo la tela squarciarsi violenta.

Alzo lo sguardo e il mondo riappare. Play.

“Iconoclastia” è una parola curiosa. Letteralmente significa “spezzare l’immagine”. L’iconoclasta è colui che, per definizione, distrugge l’effige, elimina la raffigurazione. Ma sappiamo che il senso letterale di un termine poche volte ci soddisfa davvero.

D’altra parte, com’è possibile sbarazzarsi di tutte le immagini? Ma soprattutto, è un’operazione realmente necessaria?

Forse allora è utile indirizzare meglio il tiro, rivedere il punto di partenza.

L’immagine è mediatrice di significato. È un mezzo, uno strumento, un simbolo colmo di senso. Tuttavia se ci avviciniamo troppo, se ci fissiamo, rischiamo di perdere il quadro di insieme. Niente ha senso da solo. Ogni evento, ogni fatto, ogni immagine arrivano e vanno da e verso altrove. Le immagini sono attive, mediatori in movimento. Dunque vanno colte, sì, ma nel loro divenire. Sono come un processo in atto, un flusso iconico ininterrotto.

Per questo quando, egoisti, ne acchiappiamo una, la agguantiamo, finiamo con un pugno di mosche. È un po’ come al cinema: per accedere al senso dobbiamo spostarci velocemente da un’immagine all’altra, seguirne placidi il flusso.

“Le immagini sono importanti perché ci permettono di spostarci verso un’altra immagine, fragile e modesta esattamente come la precedente – ma diversa.”(B. Latour)

Jeff Wall, The Destroyed Room, 1978

E così “iconoclastia” cambia di nuovo accezione. Non più l’assassinio della figurazione, quanto una sorta di “spia d’emergenza”, un garante di movimento. Distruggere un’immagine significa ora ridirigere la nostra attenzione verso immagini più recenti, non permettere il black-out di senso. Significa sempre, ancora rimettersi in gioco.

È come vivere su un terreno di scontro. Un vivace, prolifico campo di gioco.

Iconoclash.

Federica Musto


Per approfondire

Bruno Latour, Che cos’è iconoclash?, in Teorie dell’immagine: il dibattito contemporaneo, a cura di A. Pinotti, A. Somaini, 2009.

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