“Con la cultura non si mangia”

“Con la cultura non si mangia”

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Ok, sono allibita. Che siamo in stato di crisi è ovvio, che i soldi scarseggino per ogni sorta di investimento, che mantenere un immenso patrimonio artistico come quello italiano – bisognoso di una continua cura – sia un obbligo estremamente gravoso in termini economici, lo capisco.

Klimt, Giuditta II, 1909
Klimt, Giuditta II, 1909

Ma quando leggo che un sindaco come quello di Venezia decide che per risollevare le casse della città la strada migliore sia quella di vendere la Giuditta II (1909) di Klimt, beh, mi indigno. E non solo perché Giuditta II è una delle punte di diamante della Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro. Non solo perché Giuditta II è magnifico frutto di una politica di acquisizioni avviata nella prima metà del XX secolo, in collaborazione con la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, che ha portato Venezia ad arricchirsi di molte delle più grandi opere esposte in quegli anni alla Biennale.

Mi indigno perché ancora una volta la nostra classe politica decide di risolvere i propri problemi di gestione affondando le mani nel patrimonio artistico. Mi indigno perché ancora una volta nelle scelte del nostro caro corpo dirigente risento l’eco di quel famoso scivolone di Tremonti, che davanti ai ripetuti, tragici crolli di Pompei sentenziava facilmente che «con la cultura non si mangia». Con la cultura non si mangia? No, certo, con la cultura non si mangia: non ci compri il pane, né la mortadella. Però se c’è bisogno di liquidi la prima cosa ad essere “liquidata” è proprio l’arte, vero Tremonti? Con la cultura non si mangia. Ma togli il leader politico ad un uomo: ne troverà un altro; togligli la propria cultura: non saprà più chi è. Con la cultura non si mangia, si vive. La cultura è quella parte di noi che ci permette di riconoscerci allo specchio. È la nostra storia, la nostra conoscenza, la nostra espressione. Nella cultura è racchiuso il nostro sviluppo, i nostri drammi, le nostre vittorie. Nella cultura c’è ciò in cui crediamo, le nostre speranze, anche le nostre sconfitte. È la cultura a ricordarci chi siamo nel momento in cui tutto il resto – il lavoro, il denaro, le proprietà – viene meno. Togliere a un uomo – togliere a un italiano – la cultura, è come tagliargli via una mano o un piede. No, peggio: è espropriarlo di una parte della sua essenza. Spirito, anima, natura – lo si chiami come si preferisce.

«Si tratta di opere che non hanno nulla a che vedere con la storia artistica e culturale di Venezia» commentano i collaboratori del sindaco di Venezia. Come nota bene Mariano Maugeri in un articolo uscito il 9 ottobre scorso sul Sole 24 Ore «Come dire: i Canaletto e i Giovanni Bellini non si toccano». Caro sindaco Brugnaro, stiamo scherzando? Provi a proporre alla città di Parigi di vendersi la Gioconda, che tanto è stata dipinta da quello straniero italiano chiamato Leonardo: veda un po’ cosa le rispondono.

I problemi economici di Venezia sono sicuramente molto gravi e impellenti, non lo metto in dubbio, ma non è vendendoci l’anima – la cultura – che verranno risolti.

Federica Musto

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