Bambini al museo

Bambini al museo

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Leggevo un articolo – sul numero di novembre di Artedossier, intitolato La casa delle fiabe[1] – in cui si ricordava l’attività del dipartimento didattico del Museo milanese Poldi Pezzoli, che organizza laboratori e percorsi tematici per i più piccini: giochi, visite a tema, guide d’eccezione. Un programma a mio avviso bellissimo, pensato ad hoc per i visitatori con lo zainetto in spalla e la merenda in mano.

Ma questo articolo mi ha fatto riflettere. Se un programma creato apposta per i più giovani fa notizia, se ogni volta che una nuova iniziativa per i più piccoli viene proposta compare su giornali e riviste, significa che l’idea di un museo – di una cultura – a prova di bambino è ancora qualche cosa di eccezionale, nella doppia accezione di “splendido” e “inusuale”.

«I bambini, i matti e le popolazioni primitive posseggono o hanno riscoperto il potere di vedere […]»[2].

Così descriveva Klee nel 1921 la capacità che hanno i bambini di guardare il mondo con stupore. Nessuna moda, nessuna filosofia, nessun precetto ideologico. Semplice sguardo innocente, bramoso di sapere. Molti artisti hanno basato il proprio pensiero su questa candida capacità, su questa spontaneità tipica dell’animo dei bambini, capaci di instaurare con le cose un rapporto puro e originario, coglierne immediatamente la vera natura, la magia e il mistero che permeano la realtà.

COPPIA DI BIMBI DI SPALLE SEDUTI SOPRA UNA PANCA AL CENTRO DELLA SALA DI UN MUSEO CHE GUARDANO UN GRUPPO DI DIPINTI ORIZZONTALE, B/N, INTERNO, FI, FRATELLI, AMICI, SEDERSI, GUARDARE, AMMIRARE, OSSERVARE, ARTE, GALLERIA, MOSTRA, ESPOSIZIONE SIDNEY, AUSTRALIA, OCEANIA -COPPIA-DI-GEMELLI-ALLA-MOSTRA-DELLA-AUSTRALIAN-ARTIST'S-ASSOCIATON-ALL'-IMPERIAL-INSTITUTE-ART-GALLERY-1-MARZO-1956 NEG.ORIG. KEYSTONE LONDON *** Local Caption *** 00053864

Eppure, oggi come oggi, l’arte continua a essere ritenuta un argomento da adulti. Mostre, musei, esposizioni costrette a un silenzio forzato. Luoghi spesso freddi, irrigiditi da un clima di sacrale controllo – da parte di chi? Di un direttore? Di una telecamera a circuito chiuso? -, ingessati da un certo comportamento da dover seguire, da una qualche compostezza da dover mantenere. Passo lento, rituale, ma continuo: un flusso ininterrotto di spettatori, la cui visita è scandita da tempi e pause calcolate, previste, come se ci fosse un tempo esatto per godere di quel certo dipinto, un tot di minuti utili per apprezzare quella data opera. E poi via, scivolare verso quella successiva con la meccanicità e la precisione di un sistema fordiano di produzione in serie.

Mostre, musei, esposizioni: tutta roba “da grandi”.

Ma l’avete mai visto un bambino al museo? Gironzola tra i lavori, salta avanti e indietro da un dipinto a un altro, interrompe senza pudore il monotono traffico di spettatori che come tante formiche seguono il tour dell’audio-guida. Si guarda intorno con due enormi occhioni sgranati, bene aperti, bene attenti, per non perdersi proprio niente. Si avvicina a una tela, la osserva. Raggiunge una statua, allunga una mano: vorrebbe toccarla. Qualcuno lo riprende, “non si fa!”. Il bambino assume un’espressione misto offesa (per il rimprovero) misto stupita: non capisce il perché di tanta diffidenza da parte degli adulti verso un oggetto – la statua – che sembra fatto proprio per essere toccato. E poi fa domande. Milioni di domande. Perché è curioso, perché vuole sapere, perché deve capire. E non gli basta la voce registrata che esce dalla cuffia: non risponde, quella voce, alle domande importanti. Non c’è relazione con quella voce, non c’è discussione. Come non c’è con il cartellone descrittivo posto a inizio sala, come non c’è con la targhetta attaccata sotto il dipinto. Per un bambino l’arte è qualcosa da esplorare: è un giocattolo, va toccato, annusato, assaggiato. Ne va chiesto conto a un altro bambino, alla mamma, al papà. Perché ognuno lo vede in modo diverso, da una certa prospettiva e dunque può dar vita a discussione, a discorso. E la discussione, il discorso, sono non solo il modo migliore, ma l’unico, imprescindibile modo per incrementare la nostra conoscenza sul mondo. La bellezza intoccabile, nascosta da una teca, riparata da un cordone, lontana, diventa sterile.

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«Per un bambino il mondo è pieno di oggetti misteriosi, di avvenimenti incomprensibili, di figure indecifrabili. La loro stessa esperienza del mondo è un mistero da chiarire, un indovinello da risolvere, girandogli attorno con domande dirette o indirette. La conoscenza avviene, spesso, in forma di sorpresa.»[3]

Abbiamo tanto da imparare dai bambini. Perché il mondo – e in particolare l’arte, che è il modo in cui noi uomini questo mondo ce lo rappresentiamo – per i bambini non è altro che una continua ricerca, un incessante indovinello.

Federica Musto


[1] Ilaria Ferraris, L’arte delle fiabe, in “Artedossier”, 326, novembre 2015, (“Giappone e giapponismi”), p. 6.

[2] Tratto da una conversazione tenuta nel 1921 tra Paul Klee e un suo collega del Bauhaus, Lothar Schreyer, riportata in un libro di quest’ultimo.

[3] G. Rodari, La grammatica della fantasia. Introduzione all’arte di inventare storie., Einaudi Ragazzi, 1997, pp. 55-56.

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