Paolo Monti, Serie fotografica: Milano, 1982 / Paolo Monti. Torre al Parco

Abitare moderno, abitare bene: Vico Magistretti e la sua Torre al Parco.

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Abitare, dal latino habitare, appunto “avere dimora” ma anche – se intransitivo – “trovarsi, trattenersi”. Mai, da un secolo a questa parte, il rapporto con la nostra abitazione si è rivelato tanto pregnante per ciascuno di noi come negli ultimi mesi. Chiusi non più per volontà ma per forza nelle nostre dimore, abbiamo piano piano preso coscienza di quanto il concetto di casa non si riferisca solo ad un posto in cui poter dormire mangiare e parcheggiare per un attimo la nostra persona, ma trattenersi, ri-trovarsi, e perché no, esprimersi. 

Così, misurando a piccoli passi stanze e corridoi o contando il numero di piastrelle che compongono la parete del bagno, ci accorgiamo di dettagli che prima non avremmo mai notato. Ci riscopriamo ad apprezzare la grazia delle proporzioni di un salotto illuminato dal sole o l’equilibrio di un quadro che è sempre stato lì, appeso pochi centimetri a destra della libreria della camera da letto. È in un periodo come questo, in cui le abitudini e la velocità della vita che abbiamo sempre conosciuto si sono dovute modificare profondamente, che riprendiamo confidenza con la nostra abitazione e riscopriamo l’importanza fondatrice dell’abitare bene

Lo stesso principio, quello dell’abitare bene, che ha mosso molti degli architetti che hanno lavorato in quella che reputo la mia città di appartenenza, Milano. 

Paolo Monti, Milano, il fascio binari della stazione di Cadorna e la torre del parco
Paolo Monti: Milano, il fascio binari della stazione di Cadorna e la torre del parco

Come Vico Magistretti, classe 1920, architetto milanesissimo che ha contribuito alla ricostruzione del capoluogo lombardo nel secondo dopoguerra, ma che è passato alla storia più per l’apporto dato alla nascita dell’Italian design che per le opere architettoniche partorite. Tra queste ultime tuttavia, risultato molto felice è di certo la Torre al parco in via Revere, eretta in collaborazione con il collega Longoni, e che si innalza ai confini di Parco Sempione come uno degli esempi più rappresentativi dell’abitare milanese.

Anni ’50, boom economico che prende piede sull’onda del piano Marshall americano, che insieme ai soldi per la ricostruzione porta nel vecchio continente l’immagine in bianco e nero nei nuovi grattacieli di New York e Chicago. Una Milano bombardata che sta scegliendo quale nuovo vestito indossare, e vede il proprio skyline bucarsi di elementi come il Pirellone e Torre Velasca. 

Ma Vico Magistretti è una voce fuori dal coro. La sua Torre al Parco (1953-56) si erge su un lotto già promesso ad un progetto precedente che intendeva ricoprire un’area di 1200 metri quadri con un volume orizzontale, e che l’architetto invece permuta con una struttura verticale dall’ampio respiro: ventuno piani aerei e tre interrati su una superficie totale di soli 45 metri quadri, i cui aggetti si affacciano sulla ferrovia adiacente e sul verde del parco che si snoda ai suoi piedi. 

Paolo Monti: Italiano: Milano. Architetto Vico Magistretti (e Franco Longoni), Palazzo residenziale a torre (Torre del Parco) in Via Revere.
Paolo Monti: Italiano: Milano. Architetto Vico Magistretti (e Franco Longoni), Palazzo residenziale a torre (Torre del Parco) in Via Revere.

Una torre costruita per ospitare gli appartamenti della nuova borghesia imprenditoriale affascinata dalle mode d’oltreoceano e che si ritroverà ad abitare, invece, un grattacielo in perfetto (nuovo) stile milanese. Guardando l’edificio è come se la configurazione urbana della città si fosse arrampicata per trenta metri di altezza, con tutto il brulicare della varietà caotica che la caratterizza che resta imprigionata tra l’intreccio di strade e viali che incasella gli edifici della Milano del tempo. 

Una griglia strutturale, elegante ed ordinata, costituita dai livelli orizzontali e ribadita dalle losanghe dei balconi in ferro, che si spezza nella variazione degli elementi delle zone giorno dei due appartamenti che costituiscono ogni piano dell’edificio. Una pianta a L in cui due alloggi da nove e sei vani si snodano in varietas, agganciati insieme dal corpo tecnico centrale occupato dagli impianti di risalita. Il risultato è una facciata che abbandona il modello americano caratterizzato dalla ripetizione in serie di piani tutti uguali, preferendogli invece una variazione che si costituisce vero principio generatore dell’intero progetto. Se infatti le aperture delle finestre delle zone notte e dei servizi bucano una colonna ordinata ed opaca – resa ancora più spenta dal grigio infine adottato al posto del magenta preventivato – le verande e i balconi che costituiscono le logge donano un movimento disarticolato ai due angoli dell’edificio, la cui trama è dettata dall’intreccio degli intonachi bianchi e delle tende rosse e disallineate. 

Paolo Monti: Milano, la torre del parco. Servizio fotografico : Milano, 1970 / Paolo Monti, Istituto di fotografia Paolo Monti. - Stampe: 2 : Positivo b/n, gelatina bromuro d'argento/ carta, 24x30. - ((Al verso di una stampa manoscritto: "Arch. Magistretti Casa d'abitazione Milano". Sul coperchio della scatola, manoscritto a pennarello: "Milano Pirelli Gratt."
Paolo Monti: Milano, la torre del parco. Servizio fotografico : Milano, 1970 / Paolo Monti, Istituto di fotografia Paolo Monti. – Stampe: 2 : Positivo b/n, gelatina bromuro d’argento/ carta, 24×30. – ((Al verso di una stampa manoscritto: “Arch. Magistretti Casa d’abitazione Milano”. Sul coperchio della scatola, manoscritto a pennarello: “Milano Pirelli Gratt.”

E poi, in cima, quella scala bianca elicoidale che si snoda come una virgola sull’apice del palazzo, collegando l’ultimo piano alla terrazza privata che ricopre parte del tetto. Una citazione, forse, della gradinata che arrotolandosi su se stessa nel cuore della meravigliosa Ville Savoye – che Le Corbusier aveva ultimato nel 1931 a Poissy – collega la zona auto prima al piano nobile e quindi al terrazzo. Un vezzo brioso che strizza l’occhio alla grande architettura novecentesca, come a ribadire ancora una volta quanto l’abitare bene debba essere non solo un diritto, ma un dovere dell’uomo moderno

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